Saper navigare al tempo del Coronavirus

Continuavo a fissare la barca all’ancora, in quella baia dove il confine tra mare e cielo si confondevano. La catena dell’ancora entrava perpendicolare nell’acqua appena increspata da chi si tuffava dal pulpito di prua. Una barca a vela elegante, di un bianco accecante come la sabbia sullo sfondo. L’unico rumore lo stridio dei gabbiani che per gioco puntavano la sommità dell’albero, con un volo raffinato all’ultimo lo schivavano per poi scomparire dietro le palme. Non era un sogno ma la normalità per chi, poco o tanto, va a vela. Grandi baie caraibiche o piccole baie adriatiche, nessuna ha più dignità dell’altra, ma chi le raggiunge in barca sa che tutte hanno lo stesso fascino, ma diverso e incomparabile rispetto a tutti gli altri che le vivono dall’altra parte: si accalcano con ombrelloni, borse e urla come in una perfetta fermata di metropolitana di una città qualsiasi. Continuavo a fissare la barca all’ancora, seguendo le linee degli stralli che sostengono l’albero, le linee orizzontali delle draglie e le cime sparse in quella ragnatele su cui lo sguardo faceva strani percorsi. Lo sciabordio dell’acqua stava finalmente dando il suo effetto ipnotizzante, iniziavo a chiudere gli occhi mentre arrivava la raffica da terra con il caldo sapore della sabbia.

All’improvviso un urlo. Mio figlio Leonardo mi richiamava all’ordine perchè non riusciva ad accedere al portale per la lezione on-line.Quella che stavo fissando era veramente una barca in una tranquilla baia, non stavo sognando. Ma era quella che avevo impostato sullo screen saver del portatile. Mi ero distratto un secondo mentre lavoravo da casa in remote working, come ormai da più di un mese ero costretto a fare per l’emergenza Coronavirus.

Risolto il problema di connessione di mio figlio e salvata la sua lezione on-line, mi fermo un attimo per aggiornare il registro di bordo. E’ un mese che siamo chiusi in casa. Il bilancio è positivo. Io e i miei quattro figli abbiamo trasferito a terra usi e costumi di chi è abituato a navigare.

Per chi è abituato a stare molto tempo per mare, in spazi ristretti e con tempi scanditi dal comandante non ha trovato frustrante queste restrizioni, ma ne ha apprezzato i lati positivi. Prima di tutto ho ripartito i compiti, una check list con nomi e attività per tenere lucido il ponte della barca. Ogni due giorni sono assegnate le stanze da pulire e anche Eleonora e Gabriele i più piccoli ormai in autonomia sanno quali compiti dovranno svolgere, per fare meno fatica cercano in anticipo di mantenere il più possibile l’ordine. Potremmo non avere orari visto che tutte le attività in remote sono molto più flessibili. Con l’esperienza che ci siamo fatti navigando sappiamo che la precisione degli orari e della cadenza durante le giornate devono essere regolari. Bisogna vestirsi e lavarsi anche se siamo a molte miglia dalla costa. Nessuno ci vede ma la regolarità di questi comportamenti garantisce di seguire una rotta perfetta. La cambusa può essere fatta ogni dieci giorni e anche in questo il calcolo fatto dalla squadra ci aiuta a non avere ansie di rimanere n mezzo al mare senza viveri. Gianmarco che è il più grande svolge bene il suo ruolo di vicecomandante. Cerca di fare da filtro tra la mia inflessibilità e alcune intemperanze dell’equipaggio. Un mese è lungo ma come nelle lunghe navigazioni, quando si prende il passo giusto, si può rimanere sereni per molto tempo, anche se spesso lo sguardo volge all’orizzonte sperando di vedere finalmente terra.

Guardando la carta nautica sappiamo che la terra non è vicina ma ne sentiamo l’odore. Non abbiamo paura di incrociare il maltempo ma siamo preparati superarlo. Saper navigare ci è servito molto ad affrontare questa emergenza.

Ci siamo da subito organizzati, abbiamo definito i ruoli e le varie attività, suddivise tra tutti non ci pesano. Abbiamo trovato attività per occupare il tempo arrivando alla sera sperando di poterne avere ancora. I contatti non sono terminati. In mare c’è la radio amica che ti fa sentire speciali e vicine quelle voci lontane. Qui abbiamo Skype e i social che se usati in maniera intelligente avvicinano le persone lontane. Saper navigare è servito ad affrontare questa brutta situazione sapendo sfruttare il meglio di ognuno. Poche regole ma precise.Vale la regola come per tutti gli equipaggi. Dopo una lunga navigazione, posato il piede a terra, si può decidere se le miglia percorse possono aver fatto crescere l’equipaggio o aver consolidato la certezza che sia meglio stare lontani non essendo capaci di avere spirito di squadra. Noi siamo velisti convinti e siamo certi che questa navigazione ci renderà migliori… come lo riscontriamo ogni giorno.

Buon Vento a tutti gli altri equipaggi in navigazione con la nostra stessa rotta !!!

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